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20
Mar
09

Naomi Watts: l’eterna fanciulla in pericolo

naomi-wattsÈ entrata nelle nostre vite facendo un provino, Naomi Watts. Era il 2001, e il film era Mulholland Drive di David Lynch. Era Betty Elms, un’attrice in cerca del successo, del ruolo giusto in grado di far decollare la propria carriera. È uno di quei ruoli che significano tutto, nella carriera di un attore. Uno di quei ruoli in cui arte e vita si contaminano. Chissà quante volte, infatti, Naomi si sarà trovata nella situazione di attesa, di ricerca di qualcosa, di sospensione, come è il provino per un attore. L’ascesa verso il successo di Naomi Watts infatti è lunghissima:  inizia a recitare nel 1986, e fino al 2001 la sua carriera è costellata di film sconosciuti, o quasi. In quella scena del provino allora Naomi deve aver messo tutta se stessa. Le frustrazioni, la voglia di comunicare, di essere vera, di arrivare a chi la sta guardando. È una scena di seduzione e di pericolo, quella che il regista di Hollywood le fa fare sul set: Betty è spaventata, e impugna un coltello. Ma inizia un gioco di seduzione con il suo partner, che lascia a bocca aperta lui, il regista del film. E anche noi tra il pubblico. Da quel giorno Naomi non si è fermata più. Ha continuato a recitare, ha continuato a sedurci, a giocare con noi. Sembra nata per farlo. Per farci innamorare per poi lasciarci sul più bello, come fa con il partner di quel provino, così convinto dalla sua interpretazione da credere che lei stesse facendo sul serio.  

 

In quella scena c’era anche un coltello. Coltello significa difesa, significa paura. Perché in quasi tutti i suoi film Naomi Watts ha la costante di essere in pericolo, o di investigare su qualche mistero, qualche minaccia per sé o per gli altri. In The Ring deve salvare il figlio che ha visto una videocassetta che può causarne la morte. In StayNel labirinto della mente attraversa tutto il film come una presenza misteriosa, ma alla fine capiamo che sta cercando di salvare un ragazzo in fin di vita per un incidente. Ne La promessa dell’assassino si improvvisa investigatrice, per cercare i parenti di una ragazza madre russa morta dando alla luce una bambina: salvare e proteggere la piccola creatura, anche a costo di entrare nel terreno minato della mafia russa, diventa la sua ragione di vita. È un’investigatrice vera e propria, una procuratrice, nel suo ultimo film The International, nelle sale in questi giorni. Sempre alla ricerca della soluzione di un mistero, con quella sua espressione tenace e intelligente che la rende sempre affascinante. Sarà in pericolo anche nel suo prossimo film, il remake de Gli uccelli di Hitchcock, in cui interpreterà il ruolo che fu di Tippi Hedren. In King Kong il suo ruolo è duplice. Sembra essere la vittima, la fanciulla indifesa che viene rapita dal gorilla. Ma alla fine diventa ancora una volta colei che cerca di fare di tutto affinché la bestia non venga catturata. Cerca ancora di salvare qualcuno. Ecco il perché di quel coltello: la carriera della Watts si imbatte spesso in uno stilema classico dell’arte, che dalle favole arriva fino al cinema classico e a quello contemporaneo: quello della fanciulla in pericolo. Che ha bisogno di essere salvata. Ma quasi sempre è lei a tirarsi fuori dai guai da sola, e in questo è il simbolo della donna di oggi, indipendente, caparbia, che prende in mano il suo destino. Ancora una volta è emblematico il suo ruolo in Mulholland Drive: un’attrice di poco conto, lasciata dalla propria amante, rancorosa al punto di metterne in pericolo la vita. Ma che sogna a tal punto un finale diverso per il film della sua vita da creare un mondo ribaltato, dove è lei a salvare la sua amante dagli assassini.

 

In ogni film che interpreta Naomi Watts lascia il segno. In Funny Games U.S., remake del filmnaomi_watts austriaco del ’97 di Michael Haneke, Naomi Watts è nel suo ambiente naturale: quello della paura e del dolore. Il suo occhio umido, carico di lacrime, quando capisce che i “giochi divertenti” dei suoi carnefici potrebbero portarla alla morte sta lì a dimostrarlo. Ancora una volta è la sua bocca a trasportarci attraverso le sensazioni del film. Dapprima socchiusa, con le labbra che lasciano intravedere i suoi incisivi, in un espressione di serenità, se non un mezzo sorriso. Poi con le labbra più chiuse in un broncio, fino a diventare un ghigno di dolore e odio. Quella maniera di stringere i denti, di far tremare le labbra e la mascella, l’avevamo già vista in Mulholland Drive, nella seconda parte, in quelle sue espressioni di odio quando capiva di non essere più amata dall’oggetto del desiderio, Laura Helena Harring. Ma si tratta di quelle stesse labbra che nella prima parte esprimevano passione e curiosità, fame, per come l’avevano baciata quasi come se volesse mangiarla, assaporarla come si fa con un gusto nuovo e irresistibile.

 

C’è anche il dolore, oltre alla paura, in Funny Games. E ancora una volta Naomi è bravissima a farlo uscire dallo schermo. Come è riuscita a fare con 21 Grammi, di Inarritu, in cui la sua rabbia, il suo dramma non restano fermi in un broncio o in una smorfia, ma esplodono in pianti a dirotto. Come nel film di Inarritu, anche in Funny Games Naomi recita con il corpo. Come nella scena in cui viene spogliata dai due balordi perché vogliono vedere se è in forma. Haneke lascia la Watts in deshabillé molto più a lungo dell’attrice dell’originale. L’aveva spogliata Inarritu: il suo corpo lì era nudo per fare l’amore, esorcizzando così dolori, paure e demoni di ogni tipo. Il corpo legato, prigioniero nel primo film. Libero, sfrenato nel secondo, per una scena di sesso catartica. È un corpo minuto, nervoso, quello di Naomi. Ma estremamente sensuale per come si muove. È anche grazie al suo corpo, oltre al suo volto, che la fanciulla in pericolo ci è rimasta così impressa. Il grande Ezio Alberione una volta scrisse: “sarà perché si chiama Watts, ma ogni volta che appare sullo schermo Naomi accende la luce”.

05
Mar
09

Mickey Rourke, quel magnifico pezzo di carne maciullata

mickey_rourke“Non sono bello come un tempo, però, maledizione, sono qui”. Sono le parole che Randy “The Ram” Robinson, lottatore di wrestling arrivato alla fine di una carriera ventennale, dedica al suo pubblico prima di un incontro. Ma potrebbero essere le parole che Mickey Rourke vuole far arrivare  a tutti noi. La storia di Randy è troppo simile alla sua. E lo si capisce vedendo l’interpretazione incredibile di questo attore, che si è gettato corpo e anima in The Wrestler, come potrebbe farlo solo chi sta parlando di sé, chi vuole raccontarci la sua storia. Rourke ha chiesto di poter adattare alcuni dialoghi del film in modo da metterci le proprie parole, e di raccontarci meglio un disagio.

 

Quella di Rourke è una storia molto simile a quella di Randy. Anche lui è stato un combattente, si è battuto sui ring di pugilato, fino a finire sfigurato, a perdere i connotati del proprio volto, che per un attore sono tutto. Anche lui è stato dipendente da ogni tipo di sostanza. E anche lui ha perso il suo amore più grande, che si chiama Carre Otis. Nei discorsi alla figlia, e alla prostituta/amata Cassidy/Pam, possiamo leggere la solitudine di avere abbandonato ed essere stati abbandonati. Parole che non sono solo la sceneggiatura di un film, ma un pezzo della sua vita.

 

E la storia di Rourke ce la racconta proprio il suo corpo. Quello di Randy/Mickey è un corpo modellato, palestrato, gonfiato anche artificialmente. Un corpo e un volto gonfiati, come in fondo è gonfiato ogni fenomeno mediatico. Il wrestling, certo, ma anche lo star system del cinema. Un sistema plasmato a uso e consumo di un pubblico che vuole il sangue. In senso stretto, come quello che sgorga sui ring del wrestling. O in senso lato, come il sangue “metaforico” che vogliamo veder sgorgare dai corpi dei vip. Un sangue da circensi esibito a fini di spettacolo, di cui Randy e Rourke sono stati vittime per anni.

 

In The Wrestler Mickey Rourke ha i capelli lunghi e ossigenati, come una di quelle rockstar glam metal che ama ascoltare. E che, come lui, appartengono agli anni Ottanta, sono modernariato culturale, sono fuori dal tempo come la vecchia console Nintendo con cui Randy gioca usando il suo alter ego in pixel. Quei lunghi capelli biondi sono un sipario, dietro al quale si cela il vero spettacolo. Quello di un volto, gonfio e di plastica. Quello di chi è stato talmente martoriato da rifarsi i connotati con la plastica facciale. Quel volto pieno di rughe e di buchi, tumefatto, è  uno di quei volti che raccontano una storia. Quella di un personaggio, ma stavolta, ed è sempre più raro nel cinema, quella di una persona. Randy “The Ram” Robinson è un cortocircuito tra arte e vita. È la realtà che entra prepotentemente nella finzione.

 

“Sono un vecchio pezzo di carne maciullata. E sono solo. E merito di essere solo”. Sono le parole che Randy dice alla figlia. Ancora una volta sono parole che parlano di Rourke. Il corpo di Randy, sventrato, con il petto aperto in due, al cui interno batte una macchina che gli manda avanti il cuore, è quasi una figura fantascientifica, a metà tra uomo e macchina, come il Robocop di cui Aronofsky girerà il remake. La riflessione sul corpo umano, sulle sue mutazioni, la sua deperibilità e la sua decadenza fatta dall’autore americano sembra essere tra le più interessanti viste su pellicola, dopo quella di un maestro come Cronenberg. E il corpo di Rourke è lo strumento perfetto di un film fatto di tagli, di chiodi conficcati nella pelle, di botte e di tumefazioni. E in questo è perfettamente coerente con la poetica di Aronofsky, iniziata con i corpi deperiti e le carni incancrenite e trafitte di Requiem For A Dream. Un’opera con la quale The Wrestler condivide anche il discorso sull’ossessione e sulla dipendenza. E che resterà nella storia, rendendo immortale il corpo di Rourke, quel magnifico pezzo di carne maciullata.