Archivio per agosto 2009

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David Bowie. L’uomo che cadde sulla terra. A Berlino

1Berlino, 1976. David Bowie e Iggy Pop girano in macchina sulla Kurfustendamm, quando incontrano uno spacciatore che doveva averli fregati. I due sfondano il retro della sua macchina, poi fanno marcia indietro, e lo fanno ancora. Per cinque-dieci minuti. Più tardi si ritroveranno a girare in tondo nel parcheggio sotterraneo del loro hotel sfiorando i 160 all’ora fino a quando finirà la benzina. È da questo fatto folle che nasce Always Crashing In The Same Car, il brano più famoso di Low, l’album che ha inaugurato la trilogia berlinese di David Bowie. Ed è così che si apre il libro di Thomas Jerome Seabrook, Bowie: La trilogia berlinese. È significativo per capire l’abisso in cui era sprofondato Bowie alla metà degli anni 70. Seabrook parte da lontano, dalla “morte in diretta” di Ziggy Stardust, avvenuta il 3 luglio del 1973 all’Hammersmith Odeon di Londra. Il successo  “glam rock” di Bowie continua con altri due dischi che ne proseguono lo stile, Alladin Sane e Diamond Dogs. Il tour che segue, da Diamond Dogs Tour si trasforma in Philly Dogs Tour, anticipando il cambiamento del disco successivo, Young Americans, che si sposta verso il “plastic soul”, un soul bianco e funky influenzato dal “philly sound” nato a Philadelphia. Ma quel tour è importante anche per la foto di copertina di David Live, album dal vivo che ne documenta i concerti. “Sembravo appena uscito da una tomba” dichiarò l’artista in seguito. Sono anni in cui l’uso di cocaina lo porterà a una paranoia sempre crescente, testimoniate dalle interviste deliranti su UFO, civiltà Maya e Nazismo, per il quale stava iniziando a nutrire un interesse morboso.

Per capire il Bowie dell’epoca basta il film L’uomo che cadde sulla terra di Nicolas Roeg: nella parte di un alieno paranoico e corrotto Bowie recita se stesso, tanto che il regista rigira una scena con Bowie in una limousine che aveva visto in Cracked Actor, un documentario sulla sua vita dell’anno precedente, girato a Los Angeles dove Bowie si era trasferito, e viveva mangiando solo latte e peperoni, nel suo appartamento in cui disegnava pentacoli sulle tapparelle e riceveva partite di coca e groupies. In queste condizioni registra comunque uno dei suoi capolavori, Station To 2 okStation, un ponte tra il plastic soul di Young Americans e la sua trilogia berlinese, in cui sul soul tornano a inserirsi rock, sperimentazioni elettroniche e la sua nuova voce da crooner.

Proprio durante la tappa losangelina del tour di Station To Station, a Bowie viene presentato lo scrittore Christopher Isherwood, che negli anni Trenta visse a Berlino. Bowie comincia a tempestare l’autore di domande su Berlino, sull’atmosfera di decadenza e libertà artistica, ed è in quei momenti che matura la decisione di trasferirsi in quella città. Lasciare Los Angeles non significa automaticamente liberarsi dalla droga. Bowie è in uno stato mentale ancora instabile, e durante il tour europeo di Station To Station, al confine con la Russia viene beccato con dei libri su Goebbels e Speer, il primo architetto del Terzo Reich (disse che stava preparando un film su Goebbels). Ma gli incidenti non finiscono qui: dalle interviste in cui si definisce “unica alternativa al premier in Inghilterra” e auspica per questa “grandi benefici da un leader fascista”, alla famosa foto alla Victoria Station di Londra in cui sembra faccia  il saluto nazista. In realtà sembra sia stato immortalato solamente proprio mentre stendeva il braccio. Secondo l’autore del libro si tratta di dichiarazioni fatte da un uomo in uno stato mentale alterato, affascinato da alcuni aspetti del nazismo, come la ricerca del Santo Graal e dalla capacità di controllare i media, ma certo non da aspetti come l’antisemitismo e i campi di concentramento. Passioni comunque passeggere di un uomo che voleva sempre reinventare se stesso e sarebbe rinato artisticamente come uomo anonimo in una zona povera di una città devastata dalla guerra e divisa in due.

Non tutti sanno che la trilogia berlinese non inizia a Berlino, ma a Chateau d’Herouville, un castello in Francia, dove Bowie inizia a lavorare a The Idiot, il disco di Iggy Pop (che proprio lì incontra la ragazza che gli ispirerà il testo di China Girl, poi ripresa da Bowie nel suo fortunato Let’s Dance) che ha in sé molti dei suoni di Low, il primo disco “berlinese” di Bowie. Di cui la prima parte fu registrata proprio in Francia, con il modus operandi già usato per The Idiot: Bowie metteva insieme alcuni musicisti e registrava in breve tempo la parte ritmica delle canzoni; poi lavorava con calma alle sovra incisioni melodiche, e solo alla fine aggiungeva la voce, spesso improvvisando i testi al microfono. È un periodo in cui Bowie si sta liberando dei suoi fantasmi, e anche del suo scrivere basandosi su personaggi, cercando di essere se stesso. Così spesso i testi sono ermetici, e canzoni come Speed Of Glass e A New Career In A New Town rimangono strumentali perché non arrivano idee per il testo, mentre tutta la facciata b di Low nasce proprio come strumentale. È qui che si sente l’influenza delle band tedesche del momento – Can, Neu!, Kraftwerk, e si respira l’atmosfera di Berlino: Weeping Wall evoca il muro di Berlino con la sua tristezza. È in questa seconda metà che si sente l’apporto di Brian Eno che, a differenza di quanto si crede, non è il produttore del disco (è Tony Visconti), ma ha un apporto piuttosto sporadico, occupandosi di tastiere e sintetizzatori (Warszawa e Art Decade sono in gran parte opera sua).

3 okAvrà una parte molto più importante in Heroes, il vero album berlinese della trilogia, l’unico concepito completamente a Berlino. Insieme a Eno, un’altra presenza fondamentale per il capolavoro di Bowie è Robert Fripp, chitarrista dei King Crimson, che arriva a Berlino una sera e riparte la mattina dopo, dopo aver registrato tutte le sue parti in sei ore, spesso senza ascoltare i brani su cui avrebbe suonato. Eno, grazie all’EMS, un sintetizzatore che stava in una valigetta 24 ore, processava in diretta i suoni di Fripp, creando suoni che sembrano usciti da tutto tranne che da una chitarra. Un esempio è il suono della title-track del disco. Il disco viene registrato nella sala più grande degli Hansa Studios di Berlino, la “Hall By The Wall”, ex sala da ballo dell’epoca di Weimar, usata poi dai nazisti per ricevimenti: dalle sue finestre si potevano vedere i militari armati che facevano la guardia al Muro. E proprio guardando una coppia abbracciarsi all’ombra del muro (il produttore Tony Visconti e la cantante Antonia Maass) Bowie dà alla luce il testo di Heroes. Non un inno all’ottimismo, ma l’illusione di una storia che potrebbe durare solo un giorno. Il verso “possiamo essere noi, per sempre” ispira anche il nuovo non-look di Bowie, in semplici jeans e maglietta, dopo le maschere che avevano caratterizzato la prima metà dei suoi anni Settanta. Sarà questa la sua immagine nel tour che seguirà.

Dai viaggi di questo tour e da un viaggio in Kenya effettuato nasceranno alcuni dei brani di Lodger. Che viene definito come il terzo album della trilogia berlinese solo per gli schemi della critica musicale, per il fatto che è prodotto dallo stesso team dei primi due. Ma non c’è niente di berlinese: né i luoghi – è stato registrato tra Montreux, Svizzera, e New York – né i suoni, con aperture al mondo visitato da Bowie nell’ultimo anno. Così Yassassin è una miscela di musica turca e reggae, mentre African Night Flight anticipa l’etno-beat che negli anni Ottanta sarà proseguito da Eno con David Byrne e poi da Peter Gabriel e Paul Simon. Move On invece nasce da un nastro di All The Young Dudes suonato al contrario. Se la prima parte del disco è incentrata sul viaggio, la seconda è una lettura dell’apatia e del consumismo occidentale (DJ è una satira sulla celebrità, Red Money parla dell’onere della responsabilità, Repetition di violenza domestica)- Il ruolo di Eno qui si fa più importante – suona anche drum machine e impartisce indicazioni ai musicisti – ma tra lui e Bowie le cose non vanno lisce come prima, e la loro collaborazione finisce qui. Non ci sarà nel disco successivo, quello Scary Monsters che molti considerano l’ultimo grande disco di Bowie, famoso per il video di Ashes To Ashes (girato da David Mallet, la cui collaborazione con Bowie iniziò proprio con i video di Lodger), un ponte tra la trilogia berlinese e il Bowie pop degli anni Ottanta. Low, Heroes e Lodger hanno influenzato decine di artisti che sarebbero venuti. Ma guai a incasellarli in un genere. Disse bene la casa discografica, che nel 1977 lanciò Heroes con questa frase.  C’è la Old Wave. C’è la New Wave. E poi c’è David Bowie.

 

 

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