20
Dic
09

Zooey Deschanel. 500 giorni di Zooey

“And if a double-decker bus/crashes into us/To die by your side/Is such a heavenly way to die”. “E se un bus a due piani/Si schiantasse contro di noi/Morire al tuo fianco/Sarebbe un modo divino di morire”.

È cresciuto ascoltando questo tipo di canzoni, come gli Smiths di There Is A Light That Never Goes Out, o i Joy Division, il protagonista di 500 giorni insieme.

E allora è naturale che creda che la sua donna ideale sia Zooey Deschanel. Che nel film si chiama Sole (Summer in originale), ma che è la più lunare delle giovani attrici di Hollywood. Ed è perfetta per impersonare una ragazza bella e misteriosa, dolce e simpatica, eppure a suo modo ritrosa, con qualcosa di malinconico.

Potremmo definirla l’anti Megan Fox, Zooey Deschanel. Perché se la protagonista di Transformers e de Il corpo di Jennifer ci ha già fatto vedere quasi tutto, del suo corpo e del suo pensiero, Zooey Deschanel è una che si concede poco.

È la ragazza di cui ci potremmo innamorare, e seguirla senza raggiungerla mai. Potrebbe portarci in giro dove vuole.

Potremmo guardarla per ore senza mai capire realmente cosa pensa. Zooey Deschanel è così. I suoi profondi occhi grigio-blu, liquidi e imbambolati, enormi, sono in fondo impenetrabili. Enigmatici.

Zooey ha sempre l’aria un po’ assente, tra le nuvole, come se fosse qui con il corpo ma perennemente altrove con la mente, in un mondo tutto suo, creato da lei stessa per scampare da questo. È così in molti film. Non è mai quella che insegue, ma è quella che viene sempre inseguita.

In 500 giorni insieme, storia d’amore senza storia d’amore, a suo modo geniale, è Sole, l’oggetto del desiderio e donna ideale di Tom (Joseph Gordon-Leavitt). Ma lei è una che non si innamora.

E tra i due si ribaltano i ruoli tra uomo e donna: lui più sognatore e votato all’innamoramento, lei più libera e restia a impegnarsi. Era lo stesso gioco che si sviluppava in E venne il giorno tra lei e il personaggio di Mark Whalberg, che non riusciva mai a sentirla completamente sua. “In amore c’è sempre chi scappa e chi insegue” dice alla coppia una signora che li ospita per una notte. E chi fugge è chiaramente Zooey. Che, anche in una catastrofe come quella che accade nel film, mantiene una sua svagatezza. Già, perché l’altro ruolo tipico che ricopre Zooey, grazie a quell’aria un po’ così, è quello della “strana”, della “stramba”. Era la coinquilina molto particolare – e apparentemente inavvicinabile – di Sarah Jessica Parker in A casa con i suoi (ricordate che sparava a un volatile che non la faceva dormire e poi cercava di rianimarlo?). In Yes Man, prima di far innamorare Jim Carrey, lo colpiva parecchio con lo strampalato gruppo e le assurde canzoni che cantava sul palco. È davvero appassionata di fotografia, come il personaggio che porta sullo schermo.

Il palco. Non è una novità, una mera finzione scenica per Zooey. Lanciata da uno dei registi rock per eccellenza, Cameron Crowe, in Quasi famosi (era una delle groopie amiche di Penny Lane, il personaggio di Kate Hudson), Zooey Deschanel ha calcato spesso le scene musicali con la sua band,  She & Him, un duo indie-rock acustico (oltre a cantare lei suona il piano e l’ukulele).

E il rock è entrato ancora più prepotentemente nella sua vita da quando ha sposato Benjamin Gibbard della band Death Cab For Cutie (che sentiamo anche nella colonna sonora di New Moon).

Si era parlato molto di lei come protagonista del biopic su Janis Joplin, progetto che sembra essersi arenato.

Una che porta un nome letterario (Zooey è il nome del protagonista di Franny e Zooey, il libro di J.D. Salinger) non poteva che diventare l’icona del pubblico più colto. I suoi genitori (il padre è Caleb Deschanel, stimato direttore della fotografia, che ha lavorato a La passione di Cristo di Mel Gibson) le hanno dato questo nome proprio pensando a quel libro. Altro che i nomi che abbiamo qui in Italia.

Crescere con un nome come Zooey dà certo una marcia in più. Zooey ha deciso che sarebbe diventata attrice guardando Carole Lombard e i film degli anni Quaranta. Anche per questo forse – complici i suoi vestiti vintage – ha quell’aria così fuori dal tempo, così fuori dalla realtà e dalla volgarità odierna. La sua bellezza “intellettuale” è testimoniata dal fatto che il Guardian ha scritto di lei “pensate a Diane Keaton, ma più bella”.

Non ci resta che augurarvi 500  – anzi 5mila – giorni di Zooey.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

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23
Ott
09

Asia Argento. Selvaggia? La definizione mi piace…

asia 1Chi è davvero Asia Argento? Oggetto del desiderio, personaggio borderline, figlia d’arte, musa, madre, attrice, regista. Cattiva, lunatica. O dolce? È un difetto tipico di noi giornalisti quello di definire, incasellare. Quindi questa volta non commetteremo l’errore. Anche perché, lo dice lei, “dentro di noi ci sono cento personaggi”. In cerca d’autore probabilmente. E gli autori hanno dimostrato di apprezzare molto tutti i personaggi che vivono dentro Asia. Lo ha ricordato proprio Mario Sesti introducendo Asia Argento ieri a un affollato incontro con il pubblico al Festival di Roma: Sofia Coppola, Abel Ferrara, Cristina Comencini, Nanni Moretti, Gus Van Sant, e ovviamente il padre Dario Argento sono alcuni dei grandi autori che l’hanno voluta nei suoi film. Olivier Assayas l’ha definita la più grande attrice con cui abbia lavorato. È anche regista, e qui a Roma ha presentato un suo corto che fa parte del progetto Onedreamrush, in cui 42 registi in 42 secondi sviluppano il tema del sogno. Il suo corto, S/He, mostra un gruppo di transessuali che festeggiano in allegria, ed è girato con una pellicola sgranata, colori accesi e un suono disturbante a fare da sottofondo.

Si definisce timida, Asia, e probabilmente lo è. Lunghi capelli neri con boccoli, pantaloni e camicetta nera molto sobri, Asia Argento ci è sembrata soprattutto simpatica, di una simpatia coinvolgente. Una di quelle persone con cui sarebbe divertente andare a bere una birra. Che sia timida lo si capisce dalla sua riposta alla prima domanda. Che cos’ha di speciale per affascinare tanti autori? “Non mi piaccio un granché, e non so cosa piaccia di me a tutti questi autori che mi scelgono” risponde. “Quando troverò la risposta alla domanda probabilmente la mia carriera sarà alla fine”. La risposta potrebbe essere in quel suo lato selvaggio. “Mi piace ‘selvaggio’” risponde ridendo Asia Argento. “È molto meglio che ‘bad girl’ o ‘dark lady’. È qualcosa che mi riporta alla giovinezza sfrenata: è stato un periodo selvaggio in cui ho imparato il cinema facendo il cinema. Durante l’adolescenza, mi sono cercata facendo i film, e non sempre è stato un percorso facile”.

L’incontro con l’attrice romana diventa così proprio un percorso lungo la asia 22sua carriera, a partire dagli inizi. “Il primo incontro importante della mia carriera è stato quello con Cristina Comencini, con cui ho girato il mio primo film (Zoo, ndr): avevo undici anni” ricorda Asia. “Mi ha insegnato a dimenticare la sceneggiatura, e a lavorare in gruppo”. “Poi a sedici anni con Michele Placido (Le amiche del cuore, ndr) ho capito che questo poteva essere il mio lavoro” continua. “A sedici anni, con Le amiche del cuore, andai per la prima volta a Cannes. Mi ricordo che andai a comprarmi un vestito a Via del Corso, un vestitino tipo principessa, una schifezza di nylon”. “Nella vita mi sono divertita a recitare in ruoli strani, malati, al limite, personaggi che non ero io. Abbiamo centinaia di personaggi dentro di noi, sta al regista tirarli fuori”. Non era cattiva, Asia. Era che la disegnavano così. Anzi, si disegnava così. “A venti anni non volevo interpretare la brava ragazza borghese” ci svela. “Sono timida, esco poco di casa, e quando esco lo faccio per fare i film.  E quindi voglio fare qualcosa di divertente. Ho scelto questi ruoli ‘selvaggi’, ‘borderline’, perché mi divertivano”. Tra gli autori dei suoi inizi c’è stato anche Nanni Moretti, che l’ha diretta in Palombella Rossa. “Moretti mi faceva ripetere le scene ottanta volte, e le faceva ripetere anche a se stesso” ricorda divertita. “Cercava la perfezione, che non è possibile. Ma è giusto per un attore avvicinarsi ai desideri del regista”.

Lo sa bene, Asia, perché è regista anche lei: uno sbocco naturale per chi è figlia e nipote d’arte, e ha sempre respirato cinema, divertendosi. “Nel cinema ci sono nata, mio nonno distribuiva film in Brasile, mia mamma e mia sorella sono attrici, e poi c’è papà Dario” racconta. “Da piccola guardavo tutti i film, ero ossessionata: mi piacevano i film di mio padre, e gli horror in genere, perché erano proibiti. Li guardavo nei Betamax, quel formato in cui i film non stavano tutti, e si fermavano prima della fine”. Ma non è stato tanto scontato per lei lavorare con il padre. Anzi, è stata una sorpresa. “Ero sul set di Placido, e sognavo di fare un film con mio padre” ci svela Asia. “Fino a quel momento mi aveva solo fatto doppiare il mostro di Phenomena… Venne sul set, e disse: lei farà il mio prossimo film, lo sto scrivendo per lei”. “Trauma è stato un trauma” racconta tra il divertito e l’imbarazzato. “Era la prima volta che dovevo spogliarmi, ed era proprio davanti a papà…”

asia 33“Quando dicevo che volevo fare l’attrice, mi dicevano che avrei dovuto fare la regista, perché gli attori erano persone tremende. Così ho cercato di fare l’attrice senza essere tremenda” svela. E così l’esordio alla regia, con Scarlett Diva, è stato un passaggio naturale. “A un certo punto mi è venuta in mente una storia, ho sentito che dovevo farla.

Avevo ventitre anni, ed era diventata una questione di vita o di morte. Scarlett Diva è un film imperfetto, ma credo che la sua forza siano gli errori. Non riesco a guardarlo perché è come leggere un diario dell’adolescenza. È stato il primo film girato in digitale in Italia. Dentro c’era una rabbia che si liberava. E c’era anche dell’umorismo, che non è stato capito”. Non è facile recitare e dirigere. “Bisogna essere come le mosche, guardarsi in giro a 360 gradi, vedere cosa fa l’elettricista, il direttore della fotografia. Bisogna farsi aiutare da tutti, senza farsi sovrastare. Francois Truffaut diceva che il regista è uno che deve saper dare delle risposte. E le devi dare in fretta”. “Il regista è uno scrittore, se firma le sue sceneggiature, è musicista. Il regista è prigioniero delle proprie ossessioni, è un ossessivo-compulsivo”, confessa Asia.

Una regista come lei, coraggiosa, anticonformista, sarebbe un toccasana per il cinema italiano, che pecca proprio di coraggio e imprevedibilità. Ma quello di Asia Argento con il cinema italiano è un rapporto che sembra essersi interrotto, dopo la prima parte della sua carriera. “In Italia mi sento più a casa” si confida. “I miei mostri sacri sono gli ‘ini”: Rossellini, Fellini, Pasolini. In Italia il set è più caloroso, umano, familiare, c’è la sarta che ti fa l’amatriciana. In Francia il cinema è più snob. In America è una vera industria. Poi c’è chi, come Gus Van Sant, lavora in maniera artigianale: una volta sul set voleva fare una carrellata lunghissima, ma non gli bastavano i binari. Così ci siamo messi a spostarli noi, man mano che il carrello si muoveva. Nei film americani in genere non puoi aiutare un elettricista, rischi che ti accusino di fargli perdere il lavoro”. Ma l’America la diverte comunque. “Girare in America è divertentissimo, è come stare al Luna Park: vestiti, macchine, morti, armi, uzi, spari. Hanno di tutto.” Ma non sarà che per il cinema italiano è un personaggio troppo ingombrante? “Non lo so. Forse non mi chiamano perché pensano che io viva ancora all’estero. O perché non ci sono i ruoli adatti. C’è una persona con cui vorrei lavorare: è Francesca D’Aloja: spero che Il sogno cattivo parta presto, e lo farò io. Non è un caso che lavorerò con una donna: facciamo gruppo. Come dicono in Freaks: l’accettiamo, una di noi!”

A proposito di cinema americano, Asia ricorda con piacere l’esperienza con Sofia Coppola per Marie Antoinette. “Sofia Coppola è il potere gentile” racconta con affetto. “Non ha bisogno di comandare, ma ha sempre in mano il set. È una che lascia andare, così ho improvvisato, e lei non ha tagliato molte cose che ero sicura avrebbe tagliato. Neanche il rutto, che è stato un gioco, e invece è rimasto in scena”. A proposito di donne, la Argento si toglie anche un sassolino dalle scarpe. “Perché per lo stesso mestiere un uomo viene pagato più di una donna? E perché su cento registi c’è solo una donna e gli altri sono uomini? In Italia volevo lavorare con delle donne, soprattutto nel reparto tecnico, ma non le trovavo. Ci sono delle brave montatrici, ma è perché stanno là, non hanno un ruolo di potere”. Ma proprio Asia Argento tornerà presto dietro la macchina da presa per firmare il suo terzo film. “Girerò Fucile da caccia, tratto dal romanzo del giapponese Inoue Yasushi. Senza disturbare Rashomon, è una storia  raccontata in tre modi diversi: ci sono tre lettere. È una storia attualissima, un triangolo amoroso”. A proposito di storie, ce n’è una che ronza nella testa di Asia Argento da quando aveva sedici anni. “Due fratelli vanno in guerra, esplode una bomba, e porta via a tutti e due la faccia” racconta sorridendo. “La moglie di uno dei due li porta entrambi a casa per capire chi è il marito. Un giorno la girerò, e sarà il mio Elephant Man”.

È una donna che sogna, Asia Argento. Il suo sogno ricorrente era quello di nuotare nell’aria. È una donna che crea sogni, perché il cinema in fondo è questo. Ma qual è il suo sogno di attrice? Sogna un ruolo in particolare? “Non ho mai sognato Lady Macbeth, né la Pulzella d’Orleans” confessa candida. “Mi fanno un po’ ridere le cose che dicono gli attori per nobilitarsi. Io cerco di tenere a bada l’egocentrismo di noi attori. Non dico mai: questo lo potrei fare meglio. Dico: ammazza che brava sta attrice! Come quando vedo Bette Davis. Ecco, forse quello di Che fine ha fatto Baby Jane è un ruolo che farei. Un bel ruolo selvaggio”. 

 

04
Ago
09

David Bowie. L’uomo che cadde sulla terra. A Berlino

1Berlino, 1976. David Bowie e Iggy Pop girano in macchina sulla Kurfustendamm, quando incontrano uno spacciatore che doveva averli fregati. I due sfondano il retro della sua macchina, poi fanno marcia indietro, e lo fanno ancora. Per cinque-dieci minuti. Più tardi si ritroveranno a girare in tondo nel parcheggio sotterraneo del loro hotel sfiorando i 160 all’ora fino a quando finirà la benzina. È da questo fatto folle che nasce Always Crashing In The Same Car, il brano più famoso di Low, l’album che ha inaugurato la trilogia berlinese di David Bowie. Ed è così che si apre il libro di Thomas Jerome Seabrook, Bowie: La trilogia berlinese. È significativo per capire l’abisso in cui era sprofondato Bowie alla metà degli anni 70. Seabrook parte da lontano, dalla “morte in diretta” di Ziggy Stardust, avvenuta il 3 luglio del 1973 all’Hammersmith Odeon di Londra. Il successo  “glam rock” di Bowie continua con altri due dischi che ne proseguono lo stile, Alladin Sane e Diamond Dogs. Il tour che segue, da Diamond Dogs Tour si trasforma in Philly Dogs Tour, anticipando il cambiamento del disco successivo, Young Americans, che si sposta verso il “plastic soul”, un soul bianco e funky influenzato dal “philly sound” nato a Philadelphia. Ma quel tour è importante anche per la foto di copertina di David Live, album dal vivo che ne documenta i concerti. “Sembravo appena uscito da una tomba” dichiarò l’artista in seguito. Sono anni in cui l’uso di cocaina lo porterà a una paranoia sempre crescente, testimoniate dalle interviste deliranti su UFO, civiltà Maya e Nazismo, per il quale stava iniziando a nutrire un interesse morboso.

Per capire il Bowie dell’epoca basta il film L’uomo che cadde sulla terra di Nicolas Roeg: nella parte di un alieno paranoico e corrotto Bowie recita se stesso, tanto che il regista rigira una scena con Bowie in una limousine che aveva visto in Cracked Actor, un documentario sulla sua vita dell’anno precedente, girato a Los Angeles dove Bowie si era trasferito, e viveva mangiando solo latte e peperoni, nel suo appartamento in cui disegnava pentacoli sulle tapparelle e riceveva partite di coca e groupies. In queste condizioni registra comunque uno dei suoi capolavori, Station To 2 okStation, un ponte tra il plastic soul di Young Americans e la sua trilogia berlinese, in cui sul soul tornano a inserirsi rock, sperimentazioni elettroniche e la sua nuova voce da crooner.

Proprio durante la tappa losangelina del tour di Station To Station, a Bowie viene presentato lo scrittore Christopher Isherwood, che negli anni Trenta visse a Berlino. Bowie comincia a tempestare l’autore di domande su Berlino, sull’atmosfera di decadenza e libertà artistica, ed è in quei momenti che matura la decisione di trasferirsi in quella città. Lasciare Los Angeles non significa automaticamente liberarsi dalla droga. Bowie è in uno stato mentale ancora instabile, e durante il tour europeo di Station To Station, al confine con la Russia viene beccato con dei libri su Goebbels e Speer, il primo architetto del Terzo Reich (disse che stava preparando un film su Goebbels). Ma gli incidenti non finiscono qui: dalle interviste in cui si definisce “unica alternativa al premier in Inghilterra” e auspica per questa “grandi benefici da un leader fascista”, alla famosa foto alla Victoria Station di Londra in cui sembra faccia  il saluto nazista. In realtà sembra sia stato immortalato solamente proprio mentre stendeva il braccio. Secondo l’autore del libro si tratta di dichiarazioni fatte da un uomo in uno stato mentale alterato, affascinato da alcuni aspetti del nazismo, come la ricerca del Santo Graal e dalla capacità di controllare i media, ma certo non da aspetti come l’antisemitismo e i campi di concentramento. Passioni comunque passeggere di un uomo che voleva sempre reinventare se stesso e sarebbe rinato artisticamente come uomo anonimo in una zona povera di una città devastata dalla guerra e divisa in due.

Non tutti sanno che la trilogia berlinese non inizia a Berlino, ma a Chateau d’Herouville, un castello in Francia, dove Bowie inizia a lavorare a The Idiot, il disco di Iggy Pop (che proprio lì incontra la ragazza che gli ispirerà il testo di China Girl, poi ripresa da Bowie nel suo fortunato Let’s Dance) che ha in sé molti dei suoni di Low, il primo disco “berlinese” di Bowie. Di cui la prima parte fu registrata proprio in Francia, con il modus operandi già usato per The Idiot: Bowie metteva insieme alcuni musicisti e registrava in breve tempo la parte ritmica delle canzoni; poi lavorava con calma alle sovra incisioni melodiche, e solo alla fine aggiungeva la voce, spesso improvvisando i testi al microfono. È un periodo in cui Bowie si sta liberando dei suoi fantasmi, e anche del suo scrivere basandosi su personaggi, cercando di essere se stesso. Così spesso i testi sono ermetici, e canzoni come Speed Of Glass e A New Career In A New Town rimangono strumentali perché non arrivano idee per il testo, mentre tutta la facciata b di Low nasce proprio come strumentale. È qui che si sente l’influenza delle band tedesche del momento – Can, Neu!, Kraftwerk, e si respira l’atmosfera di Berlino: Weeping Wall evoca il muro di Berlino con la sua tristezza. È in questa seconda metà che si sente l’apporto di Brian Eno che, a differenza di quanto si crede, non è il produttore del disco (è Tony Visconti), ma ha un apporto piuttosto sporadico, occupandosi di tastiere e sintetizzatori (Warszawa e Art Decade sono in gran parte opera sua).

3 okAvrà una parte molto più importante in Heroes, il vero album berlinese della trilogia, l’unico concepito completamente a Berlino. Insieme a Eno, un’altra presenza fondamentale per il capolavoro di Bowie è Robert Fripp, chitarrista dei King Crimson, che arriva a Berlino una sera e riparte la mattina dopo, dopo aver registrato tutte le sue parti in sei ore, spesso senza ascoltare i brani su cui avrebbe suonato. Eno, grazie all’EMS, un sintetizzatore che stava in una valigetta 24 ore, processava in diretta i suoni di Fripp, creando suoni che sembrano usciti da tutto tranne che da una chitarra. Un esempio è il suono della title-track del disco. Il disco viene registrato nella sala più grande degli Hansa Studios di Berlino, la “Hall By The Wall”, ex sala da ballo dell’epoca di Weimar, usata poi dai nazisti per ricevimenti: dalle sue finestre si potevano vedere i militari armati che facevano la guardia al Muro. E proprio guardando una coppia abbracciarsi all’ombra del muro (il produttore Tony Visconti e la cantante Antonia Maass) Bowie dà alla luce il testo di Heroes. Non un inno all’ottimismo, ma l’illusione di una storia che potrebbe durare solo un giorno. Il verso “possiamo essere noi, per sempre” ispira anche il nuovo non-look di Bowie, in semplici jeans e maglietta, dopo le maschere che avevano caratterizzato la prima metà dei suoi anni Settanta. Sarà questa la sua immagine nel tour che seguirà.

Dai viaggi di questo tour e da un viaggio in Kenya effettuato nasceranno alcuni dei brani di Lodger. Che viene definito come il terzo album della trilogia berlinese solo per gli schemi della critica musicale, per il fatto che è prodotto dallo stesso team dei primi due. Ma non c’è niente di berlinese: né i luoghi – è stato registrato tra Montreux, Svizzera, e New York – né i suoni, con aperture al mondo visitato da Bowie nell’ultimo anno. Così Yassassin è una miscela di musica turca e reggae, mentre African Night Flight anticipa l’etno-beat che negli anni Ottanta sarà proseguito da Eno con David Byrne e poi da Peter Gabriel e Paul Simon. Move On invece nasce da un nastro di All The Young Dudes suonato al contrario. Se la prima parte del disco è incentrata sul viaggio, la seconda è una lettura dell’apatia e del consumismo occidentale (DJ è una satira sulla celebrità, Red Money parla dell’onere della responsabilità, Repetition di violenza domestica)- Il ruolo di Eno qui si fa più importante – suona anche drum machine e impartisce indicazioni ai musicisti – ma tra lui e Bowie le cose non vanno lisce come prima, e la loro collaborazione finisce qui. Non ci sarà nel disco successivo, quello Scary Monsters che molti considerano l’ultimo grande disco di Bowie, famoso per il video di Ashes To Ashes (girato da David Mallet, la cui collaborazione con Bowie iniziò proprio con i video di Lodger), un ponte tra la trilogia berlinese e il Bowie pop degli anni Ottanta. Low, Heroes e Lodger hanno influenzato decine di artisti che sarebbero venuti. Ma guai a incasellarli in un genere. Disse bene la casa discografica, che nel 1977 lanciò Heroes con questa frase.  C’è la Old Wave. C’è la New Wave. E poi c’è David Bowie.

 

 

09
Lug
09

Megan Fox. La bambola tra i giocattoli

2 defNel film giocattolo per eccellenza, Transformers – La vendetta del caduto, uno dei giocattoli più ghiotti, almeno agli occhi del pubblico maschile, non ha nulla a che fare con i robot. È una bambola in carne e ossa che si chiama Megan Fox, confermatissima nel ruolo di Mikaela, la ragazza del protagonista Sam Witwicky (Shia LaBoeuf), dopo il successo del primo film. Mikaela sembra un personaggio studiato nei minimi dettagli per far impazzire i ragazzi: è una ragazza bellissima, che ci sa fare anche con le macchine. È la figlia di un meccanico, e ha imparato il lavoro del padre. Donne e motori: ecco la ricetta per la fidanzata che molti ragazzi vorrebbero al loro fianco. Non a caso il suo ingresso in scena nel secondo capitolo di Transformers lo fa sdraiata a pancia in giù su una moto. Hot pants di jeans, stivali, o pantaloni attillati fanno il resto. Il tocco sexy, accanto agli effetti speciali e all’azione, è garantito.

Truccatori e fotografi hanno saputo rendere al massimo la sua bellezza. Le sue labbra carnose sono enfatizzate da un rossetto rosa molto brillante. E il trucco valorizza anche quei suoi occhioni blu perennemente sgranati. Niente da dire: Megan Fox/Mikaela è un’arma letale. Pronta a far innamorare il suo Sam, così come il pubblico. Maniere dolci mescolate a grinta e spirito d’azione. Non a caso Megan Fox si candida a essere la donna d’azione del futuro e a raccogliere lo scettro di Angelina Jolie. Si è parlato spesso, in questi mesi, di lei come nuova Lara Croft nel prossimo Tomb Raider, ora che Angelina sembra essere diretta verso parti più intense e drammatiche (Changeling docet). Il popolo della rete, nei sondaggi, sembra essere d’accordo. E la ama tantissimo, visto che Megan è tra le più cliccate sul web. Ma si tratta ancora di rumours, e non c’è niente di certo. Rispetto alla Jolie, Megan Fox sembra ancora un po’ troppo fragile, priva forse di un po’ di cattiveria e di quel lampo di perversione che esce dagli occhi della Jolie. È molto bella, Megan Fox, ma ancora troppo rassicurante. E anche sul piano della recitazione deve ancora crescere.

Come ogni bellezza particolare, anche Megan Fox è una bellezza meticcia. Ha origini native americane, francesi e irlandesi: ecco da dove vengono la carnagione ambrata, i lineamenti decisi, i capelli corvini e gli occhi blu. Il suo fisico perfetto si deve anche alla danza, alla quale si è avvicinata, come alla recitazione, all’età di cinque anni. Il suo fascino (ecco un’altra cosa in comune con Angelina) sta anche nei suoi tatuaggi, sparsi su tutto il corpo: dietro la spalla destra la frase “We all laugh at gilded butterflies” (rideremo tutti alla farfalla dorata), tratta dal Re Lear di Shakespeare, sul costato sinistro la scritta “There once was a little girl who never knew love until a boy broke her heart” (c’era una3 volta una ragazza che non conosceva l’amore finché un ragazzo le ha spezzato il cuore). Ma non finisce qui: sulla caviglia destra ha fatto tatuare una luna e una stella marina, mentre sull’avambraccio destro porta l’immagine del volto di Marilyn Monroe.

A proposito di corpo, le sue foto mentre esce dall’acqua praticamente nuda, durante le riprese di Jennifer’s Body, il suo prossimo film, hanno fatto il giro del mondo. È proprio da questo film, la prima vera parte da protagonista dopo i due Transformers e la particina in Star System, che capiremo quale sarà il futuro di Megan. In Jennifer’s Body, in arrivo questo autunno, sarà posseduta dal Diavolo due volte. È una cheerleader che viene posseduta da uno spirito demoniaco e diventa una sorta di vampira. Ma sarà soprattutto posseduta da una Diablo, quella Diablo Cody, autrice del geniale script di Juno, anche lei attesa dalla consacrazione definitiva sul grande schermo. Perché finora, film a parte, Megan ha fatto parlare di sé più per le sue dichiarazioni piccanti che per progetti artistici. Cose come “ero ancora adolescente e mi sono innamorata di una stripper di nome Nikita, ho fatto follie per lei” (coincidenze: anche Diablo Cody ha lavorato come spogliarellista…) o “sono giovane e ho un sacco di ormoni”, perfette per far parlare di sé su rotocalchi o blog. L’appuntamento è a ottobre, per vederla sorgere dalle acque in Jennifer’s Body. Come Venere? Aspettiamo  a dirlo.

 

 

01
Lug
09

Meryl Streep. professione giornalista

3Sessant’anni e non sentirli. Citiamo banalmente una famosa pubblicità per festeggiare questo importante traguardo per una delle attrici che da oltre tre decenni sta caratterizzando il cinema. Ma è una citazione che corrisponde a verità. Perché Meryl Streep sta davvero vivendo una seconda giovinezza. Il rilancio della sua carriera – ammesso che ci fosse bisogno di un rilancio – è avvenuto nel 2006 con uno dei personaggi che sono rimasti più impressi nell’immaginario collettivo. Quel personaggio si chiama Miranda Priestley, direttore della rivista Runway. È la figura centrale de Il diavolo veste Prada, ispirata alla direttrice di Vogue Anna Wintour. Meryl Streep la interpreta stilizzando il personaggio, ma usando questa stilizzazione solo come punto di partenza. E inserendo su questa base piccole, improvvise, deliziose sfumature. Miranda è dura, tagliente, spietata, va dritta per la sua strada. Apparentemente, un Terminator. Ma è sempre pacata, esprime ogni cosa con il tono di chi non tradisce emozioni. Guardate il suo arrivo in scena: la macchina che arriva, le scarpe che escono dalla portiera, l’attesa spasmodica (e terrorizzata) per il suo arrivo. Solo un grande personaggio può essere atteso così. Meryl/Miranda esce dall’ascensore, entra in ufficio e comincia a impartire ordini con apparente freddezza, come se la voce sia una serie di istruzioni memorizzate e riprodotte dalla voce atona di un computer. Il suo “That’s All”, “E’ tutto” è il segnale di chiusura delle trasmissioni di qualcuno che sembra un alieno. O una macchina. Ma ci sono dei momenti in cui Meryl/Miranda dimostra la sua umanità. Che vuol dire mostrare la propria debolezza. Come nella scena in cui confessa il fallimento del suo matrimonio: senza trucco, lo sguardo e la voce bassi, Miranda parla con qualche esitazione. O come nella scena finale, in cui rivede Andy (il personaggio interpretato da Anne Hathaway, che era stata la sua assistente), in cui Meryl abbozza un sorriso, segno di qualche sentimento che esiste dentro la dura corazza. Ma che non dura più di venti secondi, prima del perentorio ordine all’autista. “Go!” “Parti!”.

È una giornalista di tutt’altro tipo quella che vediamo in Leoni per agnelli di Robert Redford. Meryl Streep è Janine Roth, reporter di una televisione che si accorge che il lavoro dell’informazione sulla guerra non è stato fatto al meglio. Janine è un personaggio simbolo. Il simbolo di un’opinione pubblica che sulle scelte dell’Amministrazione Bush è stata troppo pavida, o accondiscendente. E anche qui Meryl/Janine è un personaggio mutevole. Dentro una Janine ce n’è un’altra. Man mano che il suo duetto con Tom Cruise, un importante uomo politico, si dipana sullo schermo, la cronista timida, pacata, educata, tira fuori le unghie. Ma senza mai perdere il suo aplomb. Janine incalza il potere non alzando mai la voce, ma il contenuto delle domande. È un altro caso in cui la Streep cambia senza2 cambiare. Ma c’è un’altra giornalista nella carriera di Meryl Streep, anche se molto particolare. È la Susan Orlean de Il ladro di orchidee di Spike Jonze. È la giornalista del New Yorker, autrice del reportage e del libro da cui sarà tratto il film di cui il Charlie Kaufman di Nicholas Cage dovrà trarre l’agognata sceneggiatura. Anche qui quello di Meryl Streep è un ruolo piuttosto stratificato. La sua Susan parte come una giornalista normale, affascinata dalle cose che racconta, curiosa, sognante. Ma quando capiamo che nella sua vita manca la passione, dobbiamo cominciare a stare all’erta. Anche qui Meryl sta cambiando. Da sognante diventa malinconica. E poi passionale. Erotica. Fino a trasformarsi in violenta e in assassina.

È una trasformazione graduale ma estrema, come può esserla quella di  un personaggio che in fondo è il parto della mente di uno sceneggiatore folle e geniale. Come a dire: di sceneggiatori geniali  e grandi personaggi se ne possono trovare, ma questi sarebbero niente senza grandi attori a capirli al volo e dare corpo alla parola degli script.

E in questo Meryl Streep ha sempre fatto la sua parte alla grande. Ogni suo personaggio è come una matrioska: dentro alla prima apparenza c’è un altro personaggio, quasi uguale ma più sottile e delineato, e poi un altro uguale ma un po’ diverso. E poi un altro. E un altro. E un altro ancora.

 

 

28
Mag
09

Audrey Tautou. Lontano dalla gabbia dorata di Amélie

1Come dice il titolo di un film, spesso il destino è nel nome. Nel caso di Audrey Tautou, è in due nomi propri. Il primo è il suo nome di battesimo. Audrey come Audrey Hepburn, guarda caso proprio una figura minuta ed elegante come la sua. E un nome che è diventato sinonimo di stile, come quello di Coco Chanel, la famosa stilista che in Coco Avant Chanel la Tautou impersona in quelli che sono gli anni dei suoi inizi, prima che diventasse l’icona ammirata e conosciuta da tutti., Potremmo definire il film Chanel: Begins.

L’altro nome del destino per Audrey Tautou inizia sempre per A ed è sempre composto di sei lettere. È Amélie, il personaggio che l’ha lanciata nel firmamento delle star internazionali con il film di Jean Pierre Jeunet Il favoloso mondo di Amélie. Tanto che a pensarci immaginiamo che Audrey sia così, una fatina dolce e ingenua come il personaggio dai capelli a caschetto con cui ha avuto tanto successo. Un ruolo che sembra costruito proprio attorno al suo volto e alle sue espressioni, un ruolo così forte che il rischio è quello di rimanerci intrappolati a lungo. È stato così finora per la Tautou: molti dei suoi ruoli dopo quel film sembravano piccole variazioni sul tema Amélie. Così la Mathilde di Una lunga domenica di passioni (la regia è sempre di Jeunet) sembra un’antenata di Amélie, così sognatrice e romantica. E l’Anjelique di M’ama non m’ama all’inizio del film sembra proprio una simil- Amélie, per poi risultare tutt’altro una volta scoperto il punto di vista dell’altro protagonista. Ma la storia usa proprio la Tautou in chiave Amélie per creare l’equivoco su cui si basa il film. Così, finora ci era sembrato strano vederla un po’ stronzetta e antipatica nel ruolo della ex fidanzata di Romain Duris ne L’appartamento spagnolo. E neanche il ruolo, piuttosto privo di profondità, in un kolossal americano come Il codice da Vinci, era riuscito a liberarla completamente dal suo ruolo più famoso.

Il ruolo di Coco Chanel sembra allora arrivare al momento giusto. Per la prima volta, o quasi, Audrey Tautou, non recita in un ruolo che le è stato costruito attorno, o in un ruolo di fantasia, ma deve diventare qualcuno realmente esistito. Quello di Coco Avant Chanel è un ruolo che necessita la mimesi. E allora ecco la prima volta che percepiamo Audrey come un’altra rispetto ad Amélie Poulain, la vediamo uscire dalla gabbia dorata per poter finalmente divenire. A partire dai capelli, che qui – almeno all’inizio – sono lontani dal celeberrimo caschetto, ma sono lunghi e spesso raccolti in uno chignon. A risaltare è sempre il viso, in cui tutto sembra essere rivolto verso l’alto: il nasino è all’insù, il labbro superiore all’insù, gli occhi e le sopracciglia si muovono spesso all’insù.

Non è bellissima, Audrey. Sarebbe più giusto definirla graziosa. O incantevole. Ma nel senso di creatrice di incanti/incantesimi. È una donna che non attrae immediatamente per il suo corpo. Ma è una donna con cui si vorrebbe fare l’amore solo dopo essersene innamorati, dopo essere entrati nell’incantesimo. E non il contrario. E si potrebbe amarla, certo, per quegli occhietti neri, piccoli e curiosi che ti scrutano, e ti chiedi cosa cerchino in te. “Adorabile, ma manca di leggerezza” dice un personaggio del film su Coco. Dimostrando di sbagliare. Sia che si parli di Coco Chanel, che di Audrey Tautou, la leggerezza sembra che non manchi. Anche se sarebbe meglio parlare di leggiadria.

“Coco, una ragazza piena di sorprese” dice invece un’altra battuta del film. I tratti in comune tra Coco Chanel e Amélie Poulain comunque non mancano. Anche Coco è un personaggio altruista, qualcuno che aiuta, insegna e comunica. Coco aggiunge (stile) togliendo (orpelli) mentre Amélie aggiungeva (felicità) donando (le buone cose di pessimo gusto di cui scriveva Guido Gozzano). Sono in ogni caso due donne in grado di cambiare le cose. Il corso della vita di tante persone Amélie, il corso della moda Coco. Sono due donne forti, in grado di prendere in mano la propria vita, e di decidere da sole. E forse Coco Chanel può essere il ruolo che cambierà la carriera di Audrey Tautou.

 

25
Mar
09

Il suo nome è Craig, Daniel Craig. Non chiamatelo più James Blond

daniel-craig-11Il suo nome è Craig, Daniel Craig. E non chiamatelo più James Blond, come facevano malignamente i fan della serie, perplessi da lui come dal colore dei suoi capelli. Perché Craig, già dopo Casino Royale, non solo ha superato l’esame, ma è anche il punto di forza del nuovo corso delle avventure di James Bond. E lo conferma alla grande anche nel nuovo 007 Quantum Of Solace, da oggi in vendita in dvd.

 

Il suo Bond sanguina, appare spesso graffiato, offeso. Perfino nella sua proverbiale virilità, nella famosa scena in cui viene colpito nelle sue parti intime, mentre è seduto nudo su una sedia con il fondo aperto. I colpi inflitti alla sua virilità non avvengono solo in senso stretto, da parte di Le Chiffre, villain di Casino Royale. Ma gli arrivano anche in senso lato, da una sceneggiatura che non lo vede ancora come tombeur de femme per eccellenza. Con Vesper Lynd (Eva Green) Bond non fa sesso, ma fa l’amore, tanto da innamorarsene e pagare a caro prezzo questa debolezza. Seduce Solange, interpretata da Caterina Murino, per lasciarla di stucco sul posto, non appena ha ottenuto un’informazione. Una cosa che il vecchio Bond non avrebbe mai fatto. Anche nel nuovo film, la bond girl Camille (Olga Kurylenko) non va a letto con 007, ma viene usata (e questa è quasi una novità) come “specchio” dell’eroe, nel senso che è animata dallo stesso sentimento, la vendetta

 

È un Bond ferito quello di Craig. Non solo in senso stretto, ma anche in senso metaforico, visto che la Vesper Lynd di Eva Green lo ha fatto soffrire come mai avevamo visto. O quasi. Bond che soffre per amore non è una novità a dire il vero: capitava anche in Al servizio segreto di sua maestà. E il Bond violento, in cerca di vendetta più che di giustizia, lo avevamo visto anchedaniel-craig-2 in Vendetta privata. Guarda caso i due film con gli attori più sfortunati della serie: George Lazenby, che durò solo un film, a causa del suo scarso carisma e delle orecchie a sventola, e Timothy Dalton, capitato in un’era in cui si voleva normalizzare troppo Bond, e anche i suoi costumi sessuali, visto il pericolo AIDS.

 

Non è un flop invece il Bond di Craig: il suo volto scavato, nervoso, spigoloso, il suo sguardo glaciale, i suoi modi bruschi, il suo stile da macho lo avvicinano più di ogni altro a Sean Connery, il primo Bond diventato subito icona, e legato a doppia mandata al ruolo, tanto da aver sofferto a costruirsi una carriera  subito dopo aver impersonato 007. Craig è più working class di Connery, certo. Ed è più adatto a un personaggio che diventa spia dopo aver prestato servizio nella marina. Non dimentichiamo infatti che Casino Royale ha riportato 007 agli inizi della saga, tanto che si può considerare allo stesso tempo un prequel e un update di questa. L’agente segreto di Craig è un Bond diverso da quello a cui siamo abituati, perché seguiamo le sue gesta prima che diventi lo 007 che abbiamo sempre conosciuto. È fondamentalmente un assassino, è rozzo. Durante Quantum Of Solace viene presentato dai suoi superiori come un essere incontrollabile, una cellula impazzita, un uomo iracondo e in predaniel-crai-3da alle passioni. Mentre il Bond classico era cool, sinonimo di freddo, controllato, affascinante. È un Bond ancora in cerca di se stesso, della propria identità e dei propri gusti. Lo dimostra il fatto che beve cocktail a caso, e non il suo classico Martini.

 

Per questo Craig ha già fatto dimenticare altri due famosi interpreti della serie: Roger Moore, amatissimo dai fan e divertente, che però aveva fatto di Bond un dandy chic e un po’ snob, quasi un lord inglese, come Simon Templar e Brett Sinclair, i personaggi che interpretava ne Il santo e Attenti a quei due. E Pierce Brosnan, il penultimo 007, troppo ingessato e così poco convinto da sembrare allo stesso tempo un ex modello prestato al cinema e un attore che facesse la parodia di 007 (il lifting faceva il resto). Tra tutti i vari Bond, dopo Connery Craig sembra lo 007 più convincente: è il più cattivo, come serve per affrontare il nuovo nemico, il terrorismo globalizzato senza volto e senza bandiera di oggi.